Sa, sa, prova! Un, due, tre, prova!

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È di nuovo estate: il gelato, i vestiti leggeri, i party con gli amici, il mare, la prova costume. La fine dell’estate scorsa, come a ogni fine estate del resto, avevo pronunciato la solita frase fatidica “ho tutto l’inverno per rimettermi in forma e la prossima estate sarò Miss spiaggia salentina!”

 

 

 

Nella realtà, invece: gli aperitivi con gli amici, la pizza del giovedì, il sushi del martedì, la birra del mercoledì e la nutella a colazione (l’inverno, si sa, bisogna mangiare sostanzioso per scaldarsi, no?)

Passano i mesi e arriva Natale e con esso quell’euforia che contraddistingue tutte le festività, che, peraltro, di anno in anno, iniziano sempre prima. Era ottobre, lo scorso anno, quando la gente girava ancora con i sandali, quando nelle vetrine dei negozi si intravedevano i primi allestimenti natalizi. Ma torniamo all’euforia natalizia. Auguri di qua, auguri di là, cena per salutare i colleghi – perché anche se sei precario e per questo avrai solo tre giorni di ferie, vuoi non salutare i tuoi colleghi che non vedrai per tutto quel tempo? – cene con gli amici che arrivano da lontano e, infine, i più letali: i pranzi con i parenti. Ah! Dimenticavo, nel frattempo le cene periodiche infrasettimanali con gli amici continuano (vedi sopra).

“A gennaio dieta!” avevo detto a dicembre. Poi, però, arriva Capodanno e si fa il veglione con gli amici, di quelli in cui ognuno porta una cosa, che poi gli invitati diventano una cinquantina e tutti portano almeno una teglia di lasagna, una pasta sfoglia ripiena e un dolce a testa, perché “non si sa mai”. E poi c’è il primo gennaio e vuoi non fare il pranzo con i parenti, anche se sei andato a letto alle 6 del mattino e hai mangiato l’ultimo pezzo di lasagna alle 5? Che poi le cose avanzano lo stesso, quindi si organizza la “cena degli avanzi”, dove però, alla fine, non sai mai se gli avanzi basteranno per tutti e quindi, per scrupolo, si cucina qualcosa in più, che automaticamente ti porterai dietro fino a febbraio.

Inutile dire che dopo Capodanno è il momento dell’Epifania e i tuoi genitori, anche se ormai hai l’età della pensione – che peraltro non vedrai mai – ti regalano la calza con i dolci. 

Arriva febbraio e inizi finalmente la dieta, nonostante le cene periodiche con gli amici continuino (vedi sempre sopra).

Non fai in tempo a perdere quel mezz’etto, che di lì a breve è già Pasqua ed è tempo di uova di cioccolato, mentre ancora conservi i tre panettoni avanzati da Natale, che nonostante tutti sanno bene che a te non piacciono né uvetta, né canditi, continuano imperterriti a regalarti.

Poi arriva la primavera con i suoi sbalzi temporali e umorali tuoi, e si passa dai 25 ai 10 gradi in meno di un’ora, nemmeno fossimo a Londra. E allora ti copri, poi bevi del tè coi biscotti per scaldarti, poi torna il caldo, ti scopri e ti vien voglia di gelato (e ti ammali, ma questa è un’altra storia). Intanto, le cene con gli amici continuano (sempre come sopra).

E in men che non si dica è di nuovo estate e ancora una volta ti tocca accettare il fatto che, anche quest’anno, lo scettro di “miss spiaggia salentina” lo vincerà qualcun’altra.  

Ma non ti rassegni e pensi che potresti lanciare una nuova moda, andando in spiaggia con indosso delle lenzuola firmate come Adam e Barbara in BeetleJuice.

Quando poi tutti ti dicono che l’idea delle lenzuola è tutt’altro che geniale, sebbene tu ci credevi fermamente, allora a quel punto è giunto il momento di guardare in faccia la realtà e di comprarti un costume da bagno. Visiti qualche sito on line per aggiornarti sulle nuove tendenze mare, sperando che vada di moda il burqa, magari con qualche pattern estivo, che so, delle angurie, ad esempio.

Il burqa, però, non va di moda, così dai un’occhiata a dei modelli di costume che potrebbero starti bene: troppo sgambato, troppi lacci, troppo scollato, troppo perizoma, troppo costume.

Dopo ore e ore estenuanti di ricerca del costume perfetto senza risultato, sapete che vi dico? Al diavolo la prova costume e il titolo di Miss spiaggia salentina! Io me ne vado al mare a testa alta e a pancia un po’ meno piatta, ma non mi importa! Anzi, mi metto pure in topless!

 

8 marzo: Franca Viola

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Franca Viola è la prima donna italiana a rifiutare il “matrimonio riparatore” nel 1966. Franca è nata ad Alcamo, in Sicilia, da una famiglia di agricoltori. Ancora minorenne, si fidanza con Filippo Melodia, ma il fidanzamento viene sciolto con l’intervento del padre della ragazza, Bernardo Viola, quando Melodia viene arrestato per furto e appartenenza a una banda mafiosa. Da quel momento la famiglia subisce una serie di minacce. Il 26 dicembre 1965 Melodia, insieme ad altri dodici uomini, fa irruzione nella casa della famiglia Viola e rapisce la ragazza e suo fratello di 8 anni, Mariano, lasciato libero poco dopo. Franca, allora diciassettenne, è stata tenuta segregata per otto giorni e violentata più volte. In quel periodo, vigeva una legge che stabiliva che una persona colpevole di stupro poteva evitare di andare in prigione se sposava la persona che aveva stuprato. Il padre della ragazza, contattato dai parenti di Melodia per organizzare il matrimonio tra Filippo Melodia e Franca, di comune accordo con la polizia, finge di accettare l’accordo per scoprire dove fosse tenuta la figlia. Franca viene liberata il giorno seguente dalla polizia e Filippo Melodia viene processato. Franca Viola e la sua famiglia hanno rifiutato il matrimonio riparatore, mentre durante il processo gli avvocati della difesa hanno provato a screditare Franca dicendo che era consenziente alla “fuga d’amore”. La difesa sosteneva inoltre che l’articolo 544 – che disciplinava il matrimonio riparatore – favorisse le donne e in generale le coppie giovani, perché all’epoca era difficile sposarsi senza il consenso dei genitori e quella legge permetteva di farlo senza rischi.

(Fonte: Il Post)

 

8 marzo: Kathrine Switzer

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Kathrine Switzer è stata la prima donna a correre la maratona di Boston nel 1967, quando il regolamento della corsa vietava ancora alle donne di partecipare. Kathrine è riuscita a iscriversi alla gara registrandosi come “K.V. Switzer” e gareggiando con il numero 261. La sua partecipazione alla maratona del 1967 è ricordata come un’impresa anche perché, durante la competizione, Kathrine ha dovuto scontrarsi con uno degli organizzatori che a circa tre chilometri dal via cercava di farle interrompere la corsa strattonandola. Grazie anche all’aiuto del suo fidanzato dell’epoca – anche lui concorrente alla corsa – Kathrine è riuscita a completare la maratona, impiegandoci quattro ore e venti minuti. Solo nel 1972 il regolamento della maratona di Boston è stato modificato, permettendo anche alle donne di competere. Lo scorso anno Kathrine ha partecipato nuovamente alla gara femminile con il numero 261, come cinquant’anni fa. Da allora, per le edizioni della maratona a venire, questo numero, che negli anni è diventato un simbolo per le donne che praticano sport, non sarà più disponibile e verrà ritirato in suo onore.

(Fonte: Il Post)

8 marzo: Carla Capponi

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Quest’anno, per la giornata della festa delle donna, voglio ringraziare tutte quelle donne che nel loro piccolo, o in grande, contribuiscono quotidianamente a rendere migliore la società.

Per questo, ho deciso di omaggiare tre donne speciali, che con la loro determinazione, la loro grinta e il loro coraggio hanno segnato una svolta storica.

Lei è Carla Capponi, partigiana. Subito dopo l’8 settembre 1943, mentre era ancora studentessa di Legge, partecipa alla Resistenza romana, diventando presto vice comandante di una formazione operante a Roma e in provincia. Nell’ottobre del 1943 si procura una pistola – fino ad allora negata dai suoi compagni dei GAP, perché alle donne erano riservate funzioni di appoggio – rubandola a un milite della Guardia Nazionale Repubblicana, che si trovava vicino a lei su un autobus affollato. Nella primavera del 1944 è tra gli organizzatori e gli esecutori dell’azione gappista di via Rasella contro un contingente dell’esercito tedesco. Riconosciuta partigiana combattente con il grado di capitano, è stata decorata di Medaglia d’Oro al valore militare per aver partecipato “alle più eroiche imprese nella caccia senza quartiere che il suo gruppo di avanguardia dava al nemico annidato nella cerchia abitata della città di Roma”. Più volte parlamentare del PCI, membro della Commissione Giustizia nei primi anni settanta, ha fatto parte sino alla morte del Comitato di presidenza dell’ANPI.

(Fonte: Anpi.it)

Pina la volpina

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Pina è una volpina gallipolina assai golosa. È nata e cresciuta sulle sponde del mar Jonio, dove sin da piccola trascorreva le sue giornate a pescare, a bordo di una barchetta di carta. Più che una volpina, era una lupacchiotta di mare. Andava ghiotta per le cozze e il suo piatto preferito erano gli spaghetti allo scoglio, finché un giorno non conobbe il signor Giacomo Colombo. Originario della provincia di Lecco, il signor Colombo, molti anni fa, decise di farsi una vacanza a Gallipoli e mentre si rinfrescava tra le acque del Mar Jonio, si imbatté in Pina, che con maschera e boccaglio era intenta a cercare i ricci di mare. Tra i due nacque subito una bella amicizia: Pina insegnò a Giacomo come cucinare le cozze, in cambio lui, che durante i suoi viaggi era solito portare con sé alcune prelibatezze della sua terra, le fece assaggiare un piatto tipico lecchese: i missoltini con la polenta. I missoltini, che non sono altro che dei pescetti di lago, fecero subito breccia nel cuore di Pina. Così, da quel giorno, decise che era giunto il momento di esplorare questo mondo lacustre fino a quel momento sconosciuto, trasferendosi nei boschi del lecchese, dove ben presto fece la conoscenza di Dante il gigante e Lino l’uccellino. Da allora dalle sponde del lago non se n’è mai andata.

Lino l’uccellino

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Lino è un uccellino cocciuto e spensierato. Gli piace molto cantare e il suo sogno più grande è quello di andare al festival di Sanremo a presentare il suo inedito: “vola, canarino giallo vola”. Sebbene sia un canarino, Lino si sente un usignolo, ma nella realtà è più stonato di una campana arrugginita. Il poverino è cagionevole e al primo colpo di vento, state pur certi che gli verrà una tracheite, per questo spesso lo si vede girare col cappello di lana, anche in estate. Sebbene non sia propriamente un cantante lirico, Lino si ostina a voler cantare e quando ha mal di gola, i suoi vocalizzi si fanno sempre più stridenti, tanto da assomigliare per lo più al rumore del gesso sulla lavagna. Una volta, con un suo acuto è riuscito a far rompere addirittura una tazza di una vecchina londinese, in procinto di bere il suo tè. I suoi amici più grandi – Dante il gigante e Pina la volpina – per non dargli dispiacere, lo incoraggiano e quando lo ascoltano dal vivo, senza farsi vedere da lui si infilano dei legnetti negli orecchi per non sentire, cercando di ballare e di battere le mani a ritmo di musica.

Dante il gigante

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Dante è un gigante stravagante. Quando è nato, Dante era un bambino proprio come tutti gli altri: misurava 0,5 cm e pesava 3 grammi. Valori nella media tutto sommato per un bambino di quelle parti, sì, perché Dante era figlio di due gnomi. Col passare dei giorni, però, ben presto tutti si accorsero che Dante non era uno gnomo come tutti gli altri, infatti, ogni volta che mangiava, cresceva a vista d’occhio. Al compimento del quinto anno di età, Dante era già alto un metro e sessanta e portava il 38 di scarpe. I suoi genitori dovettero far costruire una casa su misura adatta a lui e a scuola era costretto a seguire le lezioni dal cortile perché non riusciva a entrare nell’aula. A Dante però, questo suo essere diverso dagli altri non dispiaceva affatto. Anzi, lo faceva sentire speciale e fortunato, perché dall’alto della sua statura riusciva a intravedere persino l’Islanda. Ora che è cresciuto, Dante, che arriva alle nuvole, passa le sue giornate a chiacchierare con gli uccellini. È qui che ha conosciuto Lino l’uccellino.

 

Gli amici di Laurenji: i personaggi dei boschi

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Qualche giorno fa vi ho raccontato dei personaggi marini che ho illustrato, ora è arrivato il momento di raccontarvi degli altri personaggi che ho creato. Sono quelli che vivono nei boschi a ridosso del lago di Lecco e si chiamano: Dante il gigante, Lino l’uccellino e Pina la volpina. Saprete qualcosa di più sul loro conto nei prossimi giorni (…)

Marina la stellina

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Marina è una stella marina, per l’appunto. Sebbene il suo habitat naturale sia il mare, Marina non ama particolarmente l’acqua, per questo il più delle volte sta avvinghiata agli scogli, mentre con aria sognante osserva il cielo, perché è lì che avrebbe voluto nascere. Il suo sogno più grande è quello di diventare una stella del cielo, per brillare di luce propria e per volare leggera. Si dice che i suoi antenati, in realtà, fossero tutti delle stelle del cielo, ma che, da molto giovani, si trasformarono ben presto in stelle cadenti. Un giorno infatti, i suoi trisavoli, gli zii dei suoi bisnonni e i cugini di quarto grado dei suoi nonni, caddero all’improvviso dal cielo, finendo tutti in mare. Da quel giorno, decisero di restare a vivere nell’acqua, dove si ambientarono tutti molto bene e dove ben presto impararono a nuotare. Ad eccezione di Marina, che nel suo DNA conservava le caratteristiche delle stelle del cielo e per questo, sin da molto piccola, si ostina a imparare a volare.

Arturo il paguro

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Arturo è un paguro insicuro. A differenza degli altri paguri, Arturo da quando è nato vive sempre nella stessa conchiglia. Sebbene inizi ad essergli stretta, il solo pensiero del trasloco gli provoca attacchi di panico. Dovete sapere che quando si agita, Arturo inizia ad aprire e chiudere le chele in modo così frenetico, da sembrare che qualcuno nei dintorni stia suonando la batteria ad un ritmo heavy metal. Per ovviare al disagio, i suoi amici gli hanno regalato delle maracas, in modo che Arturo non possa più aprire e chiudere le chele freneticamente e se proprio sentisse il bisogno di farlo, perlomeno ne uscirebbe un suono più dolce, che si confonderebbe peraltro con la risacca del mare.